Apologia del piano B, recensione su ‘LibrieLibri’ del Corriere


Corriere Adriatico pagina regionale 12 giugno 2010

Corriere Adriatico pagina regionale Libri&Libri, 12 giugno 2010

“A volte dobbiamo fuggire nelle solitudini aperte,

nell’assenza di scopi,

nella vacanza morale consistente nel correre puri rischi,

per affilare la lama della vita,

per saggiare le difficoltà ed essere costretti a sforzarsi disperatamente,

vada come vada.”

(G. Santayana)

Questa è la frase che ho messo all’inizio di Apologia. Dovete sapere che se scriverete mai un romanzo, quindi se siete degli egocentrici narcisisti masochisti, arriverete a un punto della vostra impresa, molto probabilmente dopo aver messo il punto finale, che dovrete scegliere la frase iniziale che fungerà da leggero antipasto per l’abbuffata che vorrete regalare al lettore che di solito vomita dopo tre pagine.

E’ da qualche anno che mi piace convertire i pensieri in azione in tempi brevi, bruciando sul nascere elucubrazioni tardive (in un passato non fresco non ero proprio così), e allora dopo un paio di guugulate ho trovato nei meandri del web la frase di Santayana di cui sopra. Era proprio questa la frase che cercavo, perché esprime una delle chiavi di lettura principali di Apologia del piano B. Ne ho verificato quindi la veridicità e l’ho piazzata lì, in testa a tutto l’ambaradan apologico.

Amo, all’interno dei miei limiti, trasformare il pensiero in azione. L’intenzione. L’intenzione cambia la vita. Questo lo sanno pure i porci sordi. C’è una bella differenza però tra intenzione e percezione. Possiamo avere le migliori intenzioni di questo mondo, ma se queste ad esempio non sono percepite dalla persona alle quali le rivolgiamo, tutto è inutile.
Allora si scopre che l’unica cosa che conta è la percezione. Basta che guardiamo cosa succede in borsa. I titoli fluttuano sull’onda delle percezioni.

E’ assurdo tutto ciò. No. Non è assurdo.

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